Matteo Panfilo, Chief Solutions Officer di Intesa, ci offre uno sguardo sul mondo Insurtech

  • Oggi parliamo di “Insurtech”: parola composta da Insurance (assicurazione) e tech (tecnologia). Negli ultimi 5-10 anni abbiamo imparato il significato di fintech ed il mondo bancario e finanziario ne è stato radicalmente trasformato. Pensi che lo stesso possa succedere anche nel mondo assicurazioni?

Certo, anzi, sta già accadendo. Basti pensare infatti che solo nel 2022, secondo i dati dell’Italian Insurtech Association, gli investimenti nell’Insurtech sono passati da 280 a 500 milioni di euro ed entro il 2030 le polizze stipulate attraverso canali digitali o phygital toccheranno l’80%, contro il 23% del 2020. Inoltre, negli ultimi due anni, complice sicuramente l’emergenza sanitaria, l’intero settore ha riportato una significativa accelerazione digitale e, anche se la stipulazione delle polizze digitali in Italia ad oggi non superi l’1,3%, si prevede una futura crescita dell’offerta assicurativa, spinta specialmente dallo sviluppo delle polizze on demand che hanno riscontrato un incremento del 250%.

Sono abbastanza convinto che nel prossimo futuro il settore assicurativo adotterà progressivamente un approccio data driven, sfruttando le tecnologie e dati per innovare in modo efficace l’offerta – si pensi ad esempio a nuovi prodotti assicurativi o all’utilizzo di dati aggiuntivi per migliorare il calcolo dei premi assicurativi – , digitalizzare le interazioni con i clienti e garantire una customer experience orientata alla personalizzazione e alla semplificazione – come ad esempio i casi di interazione remota per sottoscrizioni contrattuali o per la gestione di sinistri. È quello che chiedono gli utenti ed è lì che si sta dirigendo il settore. 

Un altro tema al centro della trasformazione digitale del settore insurance sono gli “ecosistemi digitali”, ovvero l’integrazione dell’offerta di servizi tra i player assicurativi e aziende che operano in settori diversi (telco, banche, utilities, travel, big tech). La maggior parte delle compagnie assicurative sta sviluppando prodotti e servizi, rivedendo il proprio modello di business con l’obiettivo di entrare in nuovi mercati. Si tratta esattamente di quello che sta accadendo nel mondo bancario e finanziario.

  • Qual è un esempio concreto di Insurtech? Come si può migliorare il rapporto con le società assicuratrici attraverso la digitalizzazione?

Credo che l’applicazione concreta dell’insurtech si possa individuare principalmente in due direzioni: la prima è l’utilizzo dati. Grazie alle applicazioni tecnologiche i dati prodotti nel settore assicurativo possono così essere utilizzati per diversi e nuovi obiettivi, come profilazioni più precise per realizzare e offrire prodotti diversi e sempre più adatti alle esigenze degli utenti. La seconda invece riguarda una customer experience orientata alla personalizzazione e alla semplificazione. L’insurtech consente infatti di ridurre contemporaneamente costi e tempi di interazione, rendendo più immediato (a volte anche istantaneo) il rapporto utenti/assicurazione. Chi decide oggi di stipulare una polizza si aspetta infatti agilità e trasparenza, oltre alla possibilità di concludere ogni operazione in modo smart da mobile. Un esempio concreto? Grazie ad alcune insurtech per esempio siamo in grado di sottoscrivere istantaneamente una polizza di assicurazione viaggio dal nostro cellulare con pochi tap mentre ci muoviamo verso l’aeroporto.

Attraverso il digitale oggi è possibile, nonché prioritario, ottimizzare la fase di onboarding dei nuovi clienti, dematerializzare i processi di firma di documenti e contratti e conservare elettronicamente la documentazione aziendale, ai fini di consultazione, ricerca o anche probatori.

  • Con il PNRR l’Italia è in procinto di cambiare volto anche da un punto di vista digitale. Siamo rimasti indietro rispetto agli altri paesi europei, il DESI index del 2022 ci posiziona 18esimi su 27 in Europa per digitalizzazione. Per quella che è stata la tua esperienza, il nostro è un problema più culturale (lato domanda) o strutturale (inadeguatezza della pubblica amministrazione e della rete)?

Sicuramente alla base c’è in primo luogo un problema culturale. Se partiamo proprio dai dati emersi dal DESI 2022 possiamo notare che l’Italia si trova all’8° posto in UE per quanto riguarda nello specifico la digitalizzazione delle imprese italiane. Su Identità digitale e Firma Elettronica per esempio siamo invece tra i più avanzati in Europa in termini di numero di operatori di servizi fiduciari (QTSP) e di utilizzo di identità federate in ambito pubblico/privato (SPID/CIE). Nel nostro Paese gli strumenti e le tecnologie utili ci sono e si tratta davvero solamente di implementare le procedure necessarie alla loro adozione. Al contrario di quello che si può pensare, le aziende private da questo punto di vista sono anche più indietro rispetto alla pubblica amministrazione, anche perché non accomunate da un’unica procedura e non hanno subito vincoli normativi, ma costrette a realizzare ognuno la propria strategia di digitalizzazione.

  • Ora parliamo un po’ di te. Per tutti i ragazzi universitari che ci leggono, qual è stato il tuo percorso di vita e di studio? Qual è stata la scelta di carriera più difficile che hai dovuto affrontare?

Figlio di un medico e di un imprenditore, sono nato a Roma dove sono rimasto fino alla conclusione del percorso di laurea in Economia alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionato di tecnologia, da ragazzo ho iniziato con i giochi multiplayer online e la costruzione di siti internet in Php, per poi proseguire con diverse esperienze da autodidatta nel mondo della tecnologia. Nell’ultima fase di studio, quella universitaria, ho avuto la fortuna di avvicinarmi al mondo delle startup  grazie ad un bellissimo percorso, InnovAction Lab, grazie al quale ho avuto anche la fortuna di vincere una borsa di studio per partecipare ad una altra meritevole iniziativa, il Silicon Valley Study Tour. Ho potuto così trascorrere alcune settimane in Silicon Valley, conoscere da vicino startup e realtà di successo e “respirare” l’aria delle startup d’oltreoceano.

Sono tornato in Italia frastornato dall’esperienza e carico di spunti e contatti grazie a cui ho potuto cogliere l’opportunità di uno stage nell’allora più grande fondo di investimenti di Venture Capital in Italia. E così, da neolaureato, mi sono trasferito da Roma a Milano e ho avuto la fortuna di lavorare fianco a fianco di imprenditori digitali con grandissima esperienza. Diversi sacrifici, ore piccole, tante ore di studio, tanto lavoro, ma anche tantissimi stimoli positivi ed esperienze per crescere. Credo che il mestiere del venture capitalist sia tra i più belli e impattanti al mondo e mi ritengo molto fortunato di avere passato 7 anni in quel contesto e altrettanto grato a chi mi ha dato la possibilità di lavorarci, veri imprenditori visionari e con enorme esperienza.

Dopo 7 anni mi resi però conto di avere la necessità di sperimentare un’esperienza manageriale operativa e per questo colsi l’opportunità che mi fu offerta di creare una nuova business unit all’interno di una grande azienda software italiana nella quale ebbi l’occasione di creare una realtà completamente nuova con tutto quello che ne consegue, dal creare un team alla definizione di nuovi attività/processi “from scratch”; dopodichè sono approdato in Intesa, dove oggi ricopro il ruolo di Chief Solutions Officer, che per me rappresenta il perfetto connubio tra business e tecnologia, potendo spaziare da soluzioni tecniche a temi di business fino a temi di compliance, fondamentali erogando servizi altamente regolati, e alle attività di prevendita e relazione con i clienti.

Arrivando alla seconda domanda: certamente il passaggio dal Venture Capital all’esperienza Corporate è stato per me un salto nel buio. Ero conscio della necessità di fare questo passaggio, ma non sapevo assolutamente cosa aspettarmi. È stata una scelta su cui ho riflettuto moltissimo, anche perché, come anticipavo, il mestiere del Venture Capital è incredibilmente stimolante ed è stato difficile per me decidere di abbandonarlo uscendo dalla comfort zone. Tornassi indietro non farei scelte diverse e non ho rimpianti, credo sia stata la scelta giusta nel momento giusto, ma con il senno del poi è più facile valutarlo.

  • Per concludere dovessi dare un consiglio a quei ragazzi che oggi si affacciano sul mondo del lavoro, che ascoltano notizie a tinte drammatiche sul futuro di questo paese, che consiglio daresti?

Certamente di essere sempre molto curiosi, caparbi e ambiziosi. Credo che la curiosità e la continua ricerca di informazioni e stimoli sia la caratteristica che più vada coltivata e palesare questo spirito può dare certamente una marcia in più quando ci si trova ad affrontare percorsi di selezione o nuove esperienze lavorative. L’ambizione e la determinazione non devono invece mai mancare e devono essere la base da cui partire, così come l’idea di creare o sviluppare aziende innovative per costruire un futuro migliore.

Da professionista e da giovane padre che ha scelto l’Italia come base, non posso che essere ottimista per il nostro Paese, credo che ci siano grandi opportunità di business e tecnologiche da poter cogliere per valorizzare i nostri talenti. Questa testata si chiama L’Imprenditoriale, e per definizione non si può che essere ottimisti nel fare gli imprenditori e nel voler costruire valore. 

Con questo ringraziamo di cuore Matteo e gli auguriamo il meglio per la sua iniziativa.

Ringrazio anche te che sei arrivato fin qua con la lettura per averci dedicato il tuo tempo e la tua attenzione, alla prossima!

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