L’Italia chiamò: SÌ

L’Italia chiamò: SÌ. È con queste parole che è terminata un’interessante conversazione nata causalmente sempre in uno dei miei viaggi in treno questa volta tra Roma e Firenze in un venerdì di settembre di caos per i trasporti italiani a causa di un guasto sulla rete e di un suicidio sempre sulla rete ferroviaria.

Salito su un treno – il primo che arrivasse a Firenze – nella working area è seduto un signore molto elegante intento a lavorare al proprio PC.  In questi casi vige la regola del silenzio e vedendolo intento nel suo lavoro dopo averlo salutato mi sono messo anche io a lavorare. È stato lui ad un certo punto ad interrompere la regola chiedendomi se volessi dell’acqua e da lì abbiamo iniziato le presentazioni. Francesco Grollo, tenore, voce delle frecce tricolori. Un artista la cui voce è più volte stata ascoltata dal nostro Presidente della Repubblica e da Papa Francesco. Un artista anche molto impegnato nel sociale.

Ciò che mi ha colpito però nella nostra conversazione oltre alle riflessioni sulla “potenza” della musica, del canto e più in generale dell’arte in ogni sua forma espressiva – abbiamo ripercorso gli anni di Luciano Pavarotti, i concerti Pavarotti & Friends e di come oggi più che mai sarebbe opportuno che sotto il cappello dell’arte e della musica si alzasse una voce in grado di chiedere la pace nel mondo e il ripristino di quei valori che hanno contraddistinto la crescita della mia generazione – è stata la narrazione della storia dell’inno di Italia.

Confesso che conosco le parole del nostro inno ma non ne conoscevo la storia. Il Maestro Francesco Grollo mi ha raccontato di come l’inno (diventato inno nazionale de iure solo nel 2017) sia il risultato del lavoro di due grandi artisti (1847): Goffredo Mameli e Michele Novaro. Mameli ne ha scritte le parole e Novaro la musica.

È stato Novaro che al termine della frase “l’Italia chiamò” volle inserire la risposta “Si”. Novaro chiese l’inserimento della risposta come simbolo di adesione al patto di unione che in quegli anni ha consentito il raggiungimento dell’unità nazionale. In quel “Si” allora sono stati collegati numerosi significati come la storia ci ha consentito di comprendere. È su quel “Si” in risposta al richiamo della nostra Nazione che oggi desidero porre l’attenzione.

Oggi come allora, infatti, è su quel “Si” che dobbiamo tornare a unirci come Nazione e come popolo italiano. È un “Si” che deve guidarci nell’affrontare le sfide che la complessità socioeconomica attuale anche legata alle dinamiche geopolitiche in atto ci pone a carico. È un “Si” che tutti dobbiamo riscoprire e che le nuove generazioni devono conoscere. È un “Si” di unità, di solidarietà di voglia di continuare a valorizzare e a potenziare ciò che le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno lasciato. È anche un “Si” identitario – non dobbiamo essere in imbarazzo nel dirlo – di consapevolezza delle nostre capacità riconosciute universalmente nel mondo.

È da questo “Si” che vorrei un nuovo patto tra le generazioni in grado di favorire uno sviluppo socioeconomico e culturale in grado di aumentare il benessere di tutti, una più equa distribuzione della ricchezza e soprattutto in grado di farci superare le sfide che la tecnologia e l’intelligenza artificiale ci presenteranno nei prossimi anni.

È con questo “Si” che oggi desidero rispondere alla chiamata dell’Italia sperando che altri possano e vogliano unirsi a me: Si!

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