Lettera alle nuove generazioni

Il mio primo contributo a L’Imprenditoriale desidero centrarlo su un tema che negli anni ho avuto modo di approfondire con riflessioni di varia natura e confronti anche con qualche collaboratore e amico: il ruolo che nella vita di un individuo – uomo o donna – hanno quelli che io definisco i maestri.

I maestri non sono solo coloro che insegnano ai bambini nelle scuole di primo grado e di cui tutti noi abbiamo dei lontani ricordi in bianco e nero. I maestri sono persone molto spesso normali, ordinarie che nel percorso di vita riescono a darci insegnamenti anche spesso senza sapere di darli e senza neppure immaginare di poter essere considerati tali. I maestri sono coloro che con le proprie azioni, esempi, affermazioni riescono a scalfirci, ad orientare i nostri comportamenti e, molto spesso, riescono a valorizzare anche aspetti del nostro carattere o delle nostre competenze che nemmeno immaginiamo di avere. I maestri sono tutti coloro che ci aiutano a crescere a livello personale e a livello professionale anche contrastandoci o criticandoci. Non c’è un’età per avere dei maestri: ogni età può averne.

Voltandomi indietro ho ben chiari i momenti fondanti del mio percorso di crescita e vedo anche tutti coloro, uomini e donne, che mi hanno aiutato a crescere, talvolta anche criticandomi e ostacolandomi. I miei primi maestri risalgono all’età delle superiori: un’età estremamente importante per la crescita di un uomo e di una donna, in cui il carattere si plasma e in cui è importante riuscire a capire dove si vuole andare e cosa si vuole fare. L’adolescenza dovrebbe essere l’età in cui si guarda al futuro senza però dimenticare dove siamo e dove proveniamo. Un’età in cui è essenziale scoprire le proprie competenze e le proprie vulnerabilità. Altri maestri risalgono a momenti più recenti della mia vita personale e professionale. In tutti i casi si tratta sempre di persone che hanno avuto fiducia in me e che mi hanno aiutato a scoprire i miei punti deboli consentendomi anche – non sempre con successo – di migliorarmi.

Talvolta mi domando se io sia stato fortunato ad incontrare numerosi maestri nel mio percorso di vita: persone – uomini e donne – che con ruoli differenti e in momenti anche molto diversi hanno saputo in vario modo lasciare in me un’impronta. Invero non credo di essere stato fortunato. Credo piuttosto che nel rapporto con i maestri stia a noi dare loro e riconoscere loro questo ruolo: ruolo che possiamo riconoscere solo se ci mettiamo in una prospettiva di ascolto con la volontà di apprendere. Credo – anzi sono sicuro – che ognuno di noi incontri dei maestri nel corso della propria esistenza, ma talvolta non ce ne accorgiamo e il loro passaggio non ci scalfisce e noi perdiamo delle grandi opportunità.

Questa riflessione mi riguarda molto da vicino sia in qualità di padre e sia in qualità di educatore per il lavoro che svolgo. Quando guardo i miei figli vedo tre caratteri diversi, tre propensioni diverse, tre persone che devo aiutare a scoprire loro stessi, affinché possano capire quali sono le proprie potenzialità e quali sono le strade che vogliono percorrere. Non ho molto tempo da padre, perché la loro crescita è veloce e perché come padre pur mantenendo un ruolo costante nella loro vita so di non poter sempre riuscire ad aiutarli.

Da tre la prospettiva aumenta in maniera significativa quando guardo i miei studenti al primo anno di università: studenti che provengono da percorsi di studio diversi, da famiglie diverse e che si sono per caso ritrovati a condividere una fase della propria vita. Studenti con i quali non è possibile comunicare in maniera standardizzata perché nella loro diversità esprimono una moltitudine di unicità. Studenti verso i quali corre l’obbligo di aiutarli a leggere il mondo e a poterlo interpretare.

Per queste ragioni – per i miei studenti e per i miei figli – cerco di costruire degli spazi di confronto, di condivisione e di contaminazione. Spazi nei quali si possa parlare un linguaggio in grado di essere appreso e in cui il rapporto seppure con un divario anagrafico possa essere sano e alla pari. Spazi in cui si possa vivere un’esperienza fondante il cui valore potrà essere compreso solo dopo del tempo voltandoci indietro.

L’Imprenditoriale vuole essere uno di questi spazi con l’auspicio che tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato nelle diverse attività e ora mi stanno aiutando in questa nuova avventura possano in futuro non pensare solo a loro stessi, ma voltandosi indietro possano trovare lo stimolo di continuare questa opera rivolta ai più giovani e alle nuove generazioni.

Mi piace a questo riguardo ricordare un brano di Rita Levi Montalcini che nella propria vita molto ha scritto per i giovani. Nell’Epilogo al libro “Il tuo futuro” pubblicato da Garzanti nel 1993 la Professoressa Rita Levi Montalcini scrive: “(…) La mia ambizione era e rimane quella di renderti consapevole dei vantaggi, in genere così sottovalutati, di iniziare il tuo percorso alle soglie del terzo millennio e non in epoche anteriori, da quelle che hanno visto fiorire la civiltà egizia e greco-romana a quelle di tutti i secoli che hanno preceduto il secolo attuale. Malgrado tu e i tuoi consimili non siate né intellettualmente né moralmente migliori dei vostri antenati o più prossimi ascendenti, avete in confronto a loro la fortuna di poter gestire il vostro futuro, fortuna negata non soltanto agli schiavi di epoche antiche ma anche ai principi e ai plebei di tutti i tempi. Tanto maggiormente tu devi essere consapevole di questo privilegio se il caso ti ha assegnato il sesso femminile. Le tue antenate hanno pagato duramente la loro appartenenza al sesso definito a seconda della voga dei tempi come: bello, gentile, debole, ma sempre comunque ritenuto inferiore al cosiddetto “sesso forte”. Come tutti gli eventi casuali o predeterminati, favorevoli o nocivi nella vita degli uomini e delle donne, anche quello di essere nato alle soglie del terzo millennio ha il suo rovescio. La possibilità, nel tuo caso, di decidere del tuo futuro è certamente da classificare tra gli eventi favorevoli. E tuttavia se il caso non ti ha dato la fortuna di avere le idee chiare sulle tue attitudini e la capacità di affrontare con impegno le inevitabili difficoltà che incontrerai sul tuo cammino, questo stesso vantaggio può essere motivo di incertezza e di angoscia che ti sarebbero risparmiate se altri prendessero le redini e decidessero per te la strada che ti conviene seguire. (…).”  

In conclusione auspico che le nuove generazioni possano essere curiose e capaci di costruire il proprio futuro, anche con l’aiuto inconsapevole e silenzioso di coloro che incontrano.

Milano, 20 dicembre 2020

Alessandro Capocchi

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