Uno sguardo oltre l’economia aziendale: come fare del sapere il proprio valore

L’economia aziendale in tutto questo a cosa serve? A me è servita molto nella vita e una delle cose che mi ha insegnato in tutti questi anni, anche grazie all’osservazione e all’analisi dei fenomeni reali, è che in economia come nella vita ciò che è o sembra bene può essere o sembrare nello stesso momento e nello stesso luogo male: siamo noi che in ogni istante, in ogni luogo possiamo fare per noi stessi e per gli altri la differenza.

Nella settimana appena trascorsa ho terminato il corso di economia aziendale al primo anno e primo semestre del corso di laurea triennale in economia e commercio della mia Università. È un corso che faccio con grande piacere perché mi permette di incontrare ogni anno tanti studenti che arrivano dalle scuole superiori e che si apprestano ad affrontare – spesso in maniera inconsapevole, spesso anche senza avere gli strumenti necessari – una nuova sfida: il primo anno e l’impatto con una realtà a loro sconosciuta, l’Università.

A me piace moltissimo insegnare al primo semestre al primo anno della triennale a differenza di alcuni colleghi che lo ritengono impegnativo: è impegnativo perché i numeri sono alti e perché gli studenti hanno bisogni diversi spesso anche superiori rispetto ai loro colleghi degli anni successivi. Del resto, non conoscono l’Università e hanno bisogno di essere accolti e orientati in un nuovo percorso che occuperà loro i successivi tre e forse cinque anni. Il risultato di ciò che riusciranno a realizzare in questi anni di Università impatterà molto sulla loro vita futura, professionale e personale.

È sicuramente impegnativo insegnare al primo anno primo semestre, ma è anche un enorme inestimabile privilegio che mi permette ogni anno di ricevere moltissimo in cambio: ciò che questi giovani ragazzi e ragazze mi restituiscono ogni anno è la loro non contaminazione, la loro ingenuità, il loro essere allo stesso tempo curiosi, ingenui e acerbi.

Io cerco di “studiarli” e di apprendere da loro il linguaggio con cui comunicano, le loro abitudini, se leggono, se guardano la tv, ciò che conoscono e non conoscono e soprattutto come ragionano e come vedono il mondo che li aspetta.

Ogni anno alla prima lezione registro il loro anno di nascita che scandisce a me che ormai ho raggiunto Dante “nel cammin di mezza vita” il trascorrere inesorabile del tempo. La classe di questo anno è targata 2002. Si tratta di una nuova generazione che non ha nemmeno visto l’attentato alle torri gemelle, che durante la crisi del 2008 terminava l’asilo per andare alle scuole elementari. Si tratta di una generazione che – come mi spiegano loro – non guarda la televisione, non conosce il mondo dal quale io mi informo, ma che si documenta e informa attraverso altri canali e con modalità diverse. È una generazione indubbiamente diversa e per molti versi lontana dalla mia e da come sono io oggi: ma è una generazione che non dobbiamo fare l’errore di sottovalutare perché sono giovani ragazzi e ragazze consapevoli, su molte cose hanno le idee molto chiare e ci guardano anche in maniera severa talvolta giudicandoci per i problemi che abbiamo contribuito a creare e che rischiamo di lasciare sulle loro spalle.

All’inizio e alla fine del corso – di norma dopo dodici settimane di lezione e dopo 72 ore di aula – la domanda che mi pongo è sempre la stessa: cosa devo lasciare loro?

Sicuramente devo impegnarmi a rendere il mio corso interessante e utile per il loro percorso di studi e per ciò che li attenderà.

Ma cosa è interessante e utile? E soprattutto cosa potranno scoprire più avanti come utile e interessante ricordandosi il corso di economia aziendale del primo anno primo semestre?

Ecco che allora cerco di incuriosirli, cerco di bilanciare la matrice storica, le radici da cui certi fenomeni anche attuali originano con il presente e il futuro e cerco di far capire loro l’importanza del rigore, del metodo come garanzia per leggere e comprendere la complessità del mondo che ci circonda. Loro forse ancora non lo sanno ma solo se sapranno comprendere le dinamiche future riusciranno a costruirsi un futuro migliore del presente e per comprendere le dinamiche è importante riuscire a leggere non solo i libri, non i manuali, ma la realtà e il presente con rigore e metodo e con lucidità senza pregiudizi. 

Una delle cose che cerco loro di insegnare è che in economia non esiste il bene o il male in termini contrapposti: ciò che è bene è al contempo male e ciò che rappresenta una minaccia è al contempo un’opportunità. Ciò che fa la differenza e che trasforma il male in bene o la minaccia in opportunità siamo noi stessi oggi e saranno loro stessi domani. Ecco perché dobbiamo aiutarli non riempendoli di nozioni e di concetti, ma dando loro il metodo e il rigore con cui poter leggere il presente e la realtà.

Quest’anno purtroppo molti di loro hanno continuato a frequentare le mie lezioni a distanza e anche con quelli in presenza le opportunità di interazione sono state limitate. La visita a tre aziende pianificata per la settimana trascorsa è stata annullata a causa del Covid-19 e dei crescenti contagi di questi giorni.

A causa delle vicissitudini legate alla pandemia e ai disagi che ne conseguono, alla mia ultima lezione in aula non molti erano presenti e per questa ragione ho deciso di passargli il mio messaggio e le mie indicazioni per il futuro tramite questo editoriale.

“ verba volant, scripta manent”

Non voglio essere prolisso e nemmeno retorico nel fornire loro poche indicazioni: io come già scritto nel mezzo del cammin della mia vita se mi fermo e mi guardo indietro – facendo come Steve Jobs nel video che ho caricato loro sulla piattaforma di blended learning alla Stanford Unievrsity (https://www.youtube.com/watch?v=Hd_ptbiPoXM) – vedo tanti puntini uniti. Puntini uniti dalle mie scelte. Scelte fatte talvolta con sofferenza, con difficoltà e con coraggio, seguendo i miei stati d’animo più che la razionalità, assecondando ciò che ho sempre creduto essere giusto e non sbagliato, ciò che ho sempre creduto essere quello che io volevo essere e fare. Oggi posso dire di fare esattamente ciò che ho voluto e di fare ciò che veramente mi piace. E nel fare questo non mi importa se guadagno o se potevo guadagnare di più facendo altro, non mi importa se per raggiungere il luogo del mio lavoro devo dormire fuori casa e percorrere con l’alta velocità quasi trecento Km alzandomi presto la mattina. L’Università grazie al contatto con questi giovani è per me energia pura che mi consente di fare anche tante altre cose sempre guidato dalla voglia di fare qualcosa per le nuove generazioni.

Ecco allora che per concludere con questo editoriale il corso di economia aziendale al primo anno primo semestre del corso di laurea triennale in economia e commercio desidero scrivere queste poche parole ai miei studenti: “abbiate la voglia e la forza di fare ciò che volete fare e ciò che credete essere giusto fare. Non fate ciò che vi suggeriscono, o solo ciò che vi può portare un vantaggio o una convenienza. I vantaggi e le convenienze hanno una scadenza, la vita, la vostra vita è lunga e ha un orizzonte e una prospettiva. Cogliete le opportunità, spendetevi per ciò che vi piace anche se vi può sembrare impossibile o non conveniente e mai – dico mai – arrendersi.”

L’economia aziendale in tutto questo a cosa serve? A me è servita molto nella mia vita e una delle cose che mi ha insegnato in tutti questi anni, anche grazie all’osservazione e all’analisi dei fenomeni reali, è che in economia come nella vita ciò che è o sembra bene può essere o sembrare nello stesso momento e nello stesso luogo male: siamo noi che in ogni istante, in ogni luogo possiamo fare per noi stessi e per gli altri la differenza. 

Pertanto, vi dico e termino: “fate la differenza per voi stessi e per gli altri. Buona fine corso e in bocca al lupo non solo per l’esame che dovrete sostenere con me nei prossimi giorni e nei prossimi mesi.”

16 gennaio 2022

Alessandro Capocchi

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