Risparmio privato e pandemia: da un problema un’opportunità.

Da qualsiasi prospettiva si affronti il problema, il dibattito sul ripensamento del rapporto tra risparmio privato e tessuto produttivo del Paese sta assumendo sempre più centralità sulla scena socio-economica e politica nazionale. Questa situazione di emergenza potrebbe suggerire uno spunto inatteso.

Le conseguenze sui fenomeni economici derivanti dal dilagare della pandemia da Covid-19 sono in larga parte ancora da interpretare, ma tra i tanti e nuovi elementi emersi nel dibattito accademico e politico ha ripreso un posto di certa rilevanza la discussione sul corretto bilanciamento tra risparmio privato e risorse in circolo, siano esse in forma di domanda aggregata o in forma di investimenti; un dibattito, quello sulla giusta allocazione del risparmio, che pur avendo spesso connotati strettamente accademici, finisce per aprire un interessante prospettiva in relazione all’economia e al sistema di investimenti in Italia, paese da sempre tra i più attenti verso l’oculatezza nella gestione dei patrimoni privati.

La situazione del risparmio in Italia si configura come estremamente peculiare in ragione del forte squilibrio che esiste tra il risparmio stesso e il debito pubblico nazionale; si stima infatti che il rapporto tra le due grandezze sia di circa 1 a 4, configurando pertanto una situazione in cui l’importante valore della ricchezza privata possa fungere da fattore calmierante, se non addirittura a detta di alcuni economisti anestetizzante, rispetto al rischio di gravi turbolenze connesse alla forte esposizione finanziaria del Paese.

Lasciando momentaneamente sullo sfondo il rapporto esistente con l’annoso e ormai endemico problema italico del debito pubblico, è utile fornire alcune cifre per meglio conoscere l’ammontare complessivo dei valori oggetto di analisi; secondo i dati forniti da Bankitalia la ricchezza privata italiana, composta da beni immobiliari e valori monetari e finanziari, ammonta, al netto dell’indebitamento, a 9.743 miliardi di euro, di cui oltre la metà in immobili e ben 4.374 miliardi in attività finanziarie.

La composizione del valore delle attività finanziarie prima richiamato ci fornisce subito un’utile chiave di approfondimento per meglio comprenderne gli impatti, attuali e futuribile, sull’economia nazionale; come riportato dal CENSIS in relazione alla sua analisi per l’anno 2018 circa il 33% del totale, pari a circa 1.330 miliardi, è infatti detenuto in biglietti, monete e depositi, ovvero il contante, un importo decisamente rilevante e che suggerisce un ampio potenziale inespresso ancora da liberare.

La crescita dei depositi in contanti segnala diverse fattispecie che non hanno solo a che fare con l’educazione finanziaria nazionale, ma anche con un più diffuso insieme di credenze, convenzioni e atteggiamenti sociali: la diffusa tendenza al risparmio privato è infatti un tratto distintivo della societas economica italiana, basata sul nucleo di famiglia e che tradizionalmente preferisce detenere contante quale forma di autoassicurazione rispetto ad aventi economici avversi o quale forma impropria di volano per più importanti e significativi investimenti professionali o di vita.

La tradizionale, e molto spesso caricaturale, immagine del salvadanaio di ceramica assurge fuori di metafora ad una generalizzata tendenza, quella all’accantonamento di risorse per impieghi futuri, che fa della prudenza e della detenzione di risorse lo strumento per affrontare le turbolenze vere o verosimili che spesso la vita offre agli individui; la tendenza al risparmio, composta parzialmente da atteggiamenti economici, più o meno raffinati, mischiati ad attitudini psicologiche rispetto all’uso e detenzione del denaro, risulta potenzialmente un fattore di enorme opportunità nell’ipotesi di un miglior bilanciamento tra l’ammontare di questa ricchezza “bloccata” e lo sforzo del sistema economico e produttivo nazionale.

La pandemia e il conseguente lockdown hanno prodotto, pur con tutte le approssimazioni del caso, due effetti contrastanti in materia di gestione della ricchezza privata; se da un lato le categorie più colpite dai blocchi delle attività hanno visto erodere i propri patrimoni, spesso al fine di sostenere lo sforzo di liquidità necessario per non chiuderle o arrestarle definitivamente, al contrario una consistente parte di quelle categorie di “fortunati” che non hanno subito l’interruzione delle proprie attività professionali ha finito per vedere accresciuti i propri risparmi, questo in ragione da una parte della già citata propensione al risparmio nei periodi di congiunzione economica negativa, dall’altra per la materiale impossibilità a svolgere una vita con tutte le libertà conosciute prima dell’avvento del Covid-19.

L’asimmetria degli effetti economici conseguenza del coronavirus rende lecita la considerazione in merito alla potenzialità che deriverebbe da una migliore allocazione delle risorse citate; in altre parole, davanti ad una situazione economica emergenziale e con alle porte la necessità di forti provvedimenti che stimolino la ripresa, una corretta e più consapevole educazione finanziaria può diventare uno strumento utile per sostenere le imprese italiane lungo la strada del rilancio produttivo?

Una proposta in questo senso è stata rilanciata nei mesi scorsi dall’economista Marcello Minenna, che ha individuato come possibile soluzione al problema di efficienza allocativa del risparmio privato lo strumento degli ABS (asset backed securities), ipotizzando di fatto una forma di investimento misto tra equity e debito, che garantisca minore redditività ma esponga a minore rischio.

Anche la politica in questo scenario sembra chiamata ad una presa di posizione volta a “ricucire” il rapporto fra risparmiatori ed imprese italiane, spesso indebolite dalla tradizionale architettura del “piccolo è bello” che ancora di più ha sofferto gli effetti del coronavirus; aprendo un dibattito sulle linee prioritarie si questa riconnessione sociale certamente investimenti a favore delle imprese sul territorio nazionale che sostengano ricerca e sviluppo, occupazione giovanile e sviluppo di un’economia delle competenze, possono rappresentare una prima e utile base di discussione.

Le modalità per avvicinare risparmio e imprese sono molteplici e rispecchiano anche le prospettive politiche e di visione economica; se infatti è possibile approcciare il problema “da sinistra” rendendo più onerosa la detenzione di contante oltre una determinata soglia di risparmio aggregato, è altresì possibile approcciarlo “da destra” con specifiche azioni di bilanciamento fiscale sugli investimenti fatti, ad esempio sulle imposte di successione, e ancora sono possibili proposte “intermedie” che mirino ad un trattamento fiscale agevolato ma solo in caso di redditività dell’investimento stesso.

Da qualsiasi prospettiva si affronti il problema, il dibattito sul ripensamento del rapporto tra risparmio privato e tessuto produttivo del Paese sta assumendo sempre più centralità sulla scena socio-economica e politica nazionale; si tratta non solo di affrontare grazie a nuovi innesti di liquidità alcuni problemi ormai cronici, quali superamento del sistema dei distretti in senso geografico e scarsa propensione a investire su R&S o formazione e competenze professionali, ma di ripensare a fondo il modello produttivo italiano, connettendolo ancora di più alla realtà sociale in cui vive e si sviluppa: la situazione economica attuale sembra offrire lo spunto per una discussione non più ideologica e per ripensare sulla base di questi punti il rilancio economico e produttivo nazionale.

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