PMI ed economia delle competenze

Un’attenta analisi relativa alle piccole e medie imprese in Italia, in cui vengono evidenziate tutte le criticità di un sistema che sempre più ha necessità di rivedere le proprie fondamenta per tornare competitivo nello scenario internazionale.

“Piccolo è bello” è ben più che uno slogan o una frase ad effetto quando si racconta il modello produttivo italiano, incentrato su aziende di micro, piccole e medie dimensioni che oggi sembra sempre più faticare a reggere il passo della concorrenza internazionale e di un sistema economico globale ormai disabituato a confini, fisici e virtuali, almeno per come li abbiamo conosciuti nel secolo scorso. 

I numeri delle piccole e medie imprese italiane si confermano, come emerge dai dati dei report annuali sulle PMI di Cerved, da ormai un quinquennio stabilmente sopra le 150.000 unità, valori che ne fanno l’asse portante del sistema produttivo nazionale ma che al contempo segnalano il forte sbilancio rispetto alle grandi imprese (250 addetti e oltre) che sono solo lo 0,1% del totale delle imprese, ma che assorbono il 20,6% dell’occupazione e generano il 31,5% di valore aggiunto.

A questo fenomeno di scarso bilanciamento nell’architettura produttiva dal Paese se ne aggiunge un secondo, di carattere tutto interno, che sconta ancora le forti differenze nella distribuzione delle imprese sul territorio nazionale, alimentata della storica frattura fra nord e sud dello stivale e che lascia ancora ampie sacche di crescita e armonizzazione ma anche le croniche difficoltà che ne derivano, disegnando un quadro di sbilanciamenti che sommato a fattori di criticità e rischio sta sempre più erodendo la competitività delle aziende italiane. 

Il primo fattore di criticità del modello aziendale italiano risiede certamente nella difficoltà di accesso al credito, elemento che risulta limitante per le operazioni di rilancio o crescita e che le crisi economiche degli ultimi decenni hanno brutalmente evidenziato; se infatti la crisi del 2008 aveva avuto come effetto la limitazione di iniezione di liquidità da parte del sistema bancario, il cosiddetto credit crunch, la crisi legata al Covid-19, manifestatasi nella maggior parte dei casi con un blocco delle operazioni produttive, ha invece messo a nudo come l’indisponibilità di liquidità immediata a sostegno delle fasi di stop rappresentasse un fattore potenzialmente nocivo per un gran numero di aziende che appoggiano la propria solidità patrimoniale e capacità di rispondere in maniera rapida agli shock di cassa alla disponibilità dell’imprenditore stesso che, se per scelta o impossibilità dovesse “chiudere i rubinetti”, porterebbero al rischio di non sopravvivenza  per l’azienda stessa. 

Un secondo e non meno importante fattore di criticità riguarda la geografia della vita e delle relazioni dell’azienda italiana; il definitivo propagarsi del fenomeno della globalizzazione con le sue imprevedibili e altalenanti conseguenze ha infatti ampliato, in senso negativo come positivo, i confini entro cui la vita dell’azienda si sarebbe tradizionalmente svolta: ad una nuova e vantaggiosa possibilità di approvvigionarsi di fattori e beni produttivi e di risorse umane a costi più competitivi oltreché all’apertura di nuove e fin lì sconosciute soluzione commerciali, si è infatti accompagnata una nuova localizzazione delle concorrenza, che supera i confini tradizionali e che, spinta dall’apertura internazionale dei mercati e della progressiva e sempre più penetrante diffusione di internet e delle nuove tecnologie, aumenta esponenzialmente il numero di imprese concorrenti astanti per il proprio mercato di riferimento, delineando nuove forme di competizione che superano del tutto l’elemento del collocamento geografico in senso fisico. 

Il modello industriale italiano basato sul sistema dei distretti, ovvero cluster di competenze e conoscenze consolidatisi negli anni e nei quali la prossimità fisica rappresentava un fattore di indubbio vantaggio competitivo per tutti coloro che intendessero investire e fare impresa nel settore di riferimento del cluster stesso, ha subito un forte shock da questo ampliamento di orizzonte dei mercati, finendo talvolta per soffrire più l’arrivo di nuovi concorrenti da ogni angolo del globo che ad avvantaggiarsi da nuovi mercati di destinazione per i propri beni o servizi, in particolare in quei settori dove la potenza immaginifica del Made in Italy risultava o risulta più contenuta e dove pertanto i fattori di concorrenza risultano più orizzontali e legati a variabili quali prezzo o volumi di produzione. 

La globalizzazione della concorrenza ha infatti portato con sé anche una globalizzazione delle regole industriali che tutt’ora sembra rappresentare uno scoglio di non facile risoluzione per il “sistema Paese”: regole nella gestione del lavoro più snelle e talvolta spregiudicate, valori di riferimento del costo del lavoro molto più bassi e burocrazie talvolta inesistenti sono stati e sono elementi di difficile parametrazione per sistemi produttivi come quello basato sui distretti che portava tra le sue caratteristiche intrinseche il comune quadro normativo per tutti coloro che all’interno vi operassero. 

Se molti ritengono che la recente crisi economica per la pandemia, peraltro anomala se si guarda all’impatto generale sulle imprese rispetto alle tradizionali crisi economiche novecentesche e dei primi anni 2000, abbia sancito il definitivo processo di decadenza del modello industriale italiano e con esso del modello aziendale di tipo padronale, gli elementi sopra elencati fanno riflettere su come le nuove complicazioni non sembrino la causa scatenante della difficoltà analizzata ma fungano invece da ulteriore elemento rilevatore di un processo molto più datato nel tempo e di cui le nuove criticità non creano bensì smascherano la fragilità.

Gli elementi raccolti propendono per la necessità immediata di una revisione dei modelli nazionali, revisione che non può non passare da una rinnovata e più solida alleanza tra il mondo dell’impresa e quello della politica nella sua funzione di decision maker attraverso una road map di azioni sistemiche; in primo luogo incentivare quei fattori che risultano qualificanti rispetto ad altri sistemi economici ed in particolare quello delle competenze: attrarre talenti qualificati e propositivi, superare i distretti in senso fisico per alimentare i distretti delle conoscenze e competenze, favorire le aggregazioni di imprese al fine di generare economie di scala sempre più decisive nel mondo produttivo moderno e favorire sacche di liquidità maggiormente ampie, sostenendo con politiche adeguate gli investimenti in ricerca e sviluppo e favorendo la contaminazione degli esiti di queste ultime.

Le politiche economiche elencate sono alcune delle necessità strutturali per il rilancio del sistema produttivo italiano, volte a superare nella dimensione individuale le rigidità geografiche, decisionali e patrimoniali del modello padronale e nella dimensione comunitaria le complessità di un sistema industriale che sempre più ha necessità di rivedere le proprie fondamenta per tornare competitivo nello scenario internazionale.

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