Amo il mio lavoro

Il fatturato è un miraggio

è un numero, un obiettivo al quale tendere al costo di ogni sacrificio per il bene dell’azienda, per la sua crescita, per la nostra soddisfazione, per migliorare il nostro tenore di vita.

Il fatturato è un miraggio perché per far sì che quel numero a cui tendiamo restituisca i premi che meritiamo si devono verificare una serie di situazioni che, oggi, sono quelle che mettono in crisi il sistema produttivo.

Inutile tendere al fatturato se i costi aziendali sfuggono al controllo e altrettanto difficile, oggi, far si che questo non succeda. L’aumento dei costi dell’energia, dei trasporti, l’aumento delle tasse, degli interessi bancari, della tenuta dei conti correnti non si sono fatti aspettare. Ogni singola voce concorre ad assottigliare il margine che c’era tra il volume del fatturato dell’azienda ed il giusto compenso per chi si è sacrificato per ottenere quel fatturato fino quasi ad avvicinarsi alla soglia del pareggio: tutto il lavoro, ogni sforzo serve per generare fatturato, ma non basta più per generare benessere. Il fatturato è un miraggio.

E la dove i margini si assottigliano e si è costretti a generare numeri, non c’è spazio per un utopistico welfare aziendale che seppure oggi, più che mai, sarebbe importante per le aziende moderne. Non c’è spazio di manovra, non c’è spazio per godersi le soddisfazioni del proprio lavoro e troppo spesso non c’è tempo e non c’è spazio per riconoscere nemmeno ai collaboratori i loro meriti.

In passato, il lavoro era considerato il sacrificio necessario per avere una vita migliore, ma questa mentalità sta cambiando perché troppi sono i casi in cui il sacrificio non vale più la pena di compierlo per ciò che restituisce al miglioramento della vita sia del dipendente che dell’imprenditore.

Ma se in molti casi sono proprio gli imprenditori a scegliere di cambiare abbandonando il loro sogno di libertà, il loro miraggio di successo, chiudendo il cassetto con dentro i propri sogni e buttandosi in avventure meno impegnative, meno stressanti, meno onerose, più leggere dal punto di vista delle responsabilità, come possiamo chiedere alle persone di presentarsi ai colloqui di lavoro? Come possiamo lamentarci se il lavoro cosi come oggi è inteso e con il trascurabile impatto positivo sulla vita degli individui, non è più la priorità delle persone?

“Rimettere al centro la persona” non è una frase fatta, è un concetto che rappresenta la vera scommessa per il mondo dell’occupazione, un investimento da fare per la vera crescita aziendale, basata sul benessere delle persone come presupposto e non come eventuale conseguenza .

Rinnovo dei contratti e paghe più alte, si certo, ma non senza mettere sul tavolo una migliore vivibilità del lavoro, lo sviluppo di un vero welfare aziendale che riconosca titolari, collaboratori e dipendenti come persone con famiglie, interessi e bisogni al di fuori dell’ufficio.

Basta con i tavoli di confronto sui contratti di lavoro basati sulla trattativa di un dare e avere che, a qualsiasi risultato porti, non sarà mai sufficiente. Occorre allargare quel tavolo, ma soprattutto serve una rivoluzione di mentalità che introduca nel confronto i temi legati alla persona, al suo diritto di potersi godere la famiglia e la libertà, perché il lavoro, oggi, dovrebbe dare all’individuo libertà, non togliergliela.

Certo tutto questo è bello da dirsi, è affascinante leggere queste realtà lavorative quando si parla della “Marzocco” o di “Google”, ma le piccole e medie imprese che sono quelle che, almeno in Italia, rappresentano la stragrande maggioranza delle aziende, come possono accedere al welfare aziendale? Come possono trovare le risorse per poter mantenere il proprio appeal verso chi cerca impiego? Come possono restare sul mercato del lavoro evitando la migrazione dei giovani verso i colossi e le multinazionali che hanno un enorme potere di acquisto?

Aspetto con ansia un Ministro, che approcci il problema dell’occupazione non dal fondo (la paga) ma dall’inizio (la persona e l’azienda) facendo in modo che l’aspetto economico sia una naturale conseguenza.

La mia riflessione non proviene da un sentito dire, il mio punto di vista è quello di chi sta in prima linea. Sono Samuele e lavoro nel mondo della ristorazione da quando ero ragazzino e se più di 30 anni fa ho scelto di farlo da imprenditore è anche grazie ad alcuni dei titolari che ho avuto, quelli che hanno saputo trasmettermi i loro valori, la loro esperienza, quelli che hanno individuato e valorizzato le mie capacità investendo su di me. Per questo oggi, lavoro nella mia azienda e nelle istituzioni sindacali, con il sogno di contribuire a stimolare un dialogo e un dibattito su una riforma del lavoro che metta anche le piccole e medie imprese in condizioni di creare ambienti di lavoro in grado di mettere al centro le persone con le loro esigenze, le loro ambizioni, le loro capacità, il loro diritto a godersi la famiglia.

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