Distanziamento e giovani: leggere attentamente il foglietto illustrativo, può avere effetti collaterali

Mi domando: possiamo davvero ritenere che la didattica a distanza e la scuola siano assimilabili? Come mai ci ostiniamo a tenere chiuse le scuole anche dopo aver vaccinato tutti gli insegnanti e il personale scolastico?

In questo ultimo anno abbiamo tutti familiarizzato con il termine “distanziamento” definito nella sua accezione sociale come distanziamento fisico ossia come l’insieme di azioni di natura non farmacologica per il controllo delle infezioni volte a rallentare o fermare la diffusione di una malattia contagiosa come il Covid19. In altri termini il distanziamento come risposta alla pandemia e come rimedio estremo per evitare la diffusione del virus. Il termine distanziamento è entrato nel nostro parlare comune portandosi dietro il valore protettivo e la tutela della nostra salute.

Purtroppo però abbiamo già iniziato a vedere che seppure la natura del distanziamento non sia farmacologica, il distanziamento sociale al pari dei farmaci può generare effetti collaterali. Effetti che, a parere di chi scrive, saranno visibili nel tempo e non si esauriranno al termine dell’emergenza sanitaria.

In particolare gli effetti collaterali del distanziamento sociale che si vogliono qui mettere in evidenza sono due. Il primo è stato ben descritto in un articolo uscito il 31 marzo su L’Espresso a firma di Elena Testi e può essere ricondotto ad una parola associata ai nostri giovani: angoscia. Si tratta del distanziamento generazionale ossia degli effetti molto negativi che l’isolamento e il distanziamento stanno producendo sulle nuove generazioni o meglio sui nostri figli e le nostre figlie. Non solo perché private della libertà e della socialità di cui hanno disperato bisogno, ma anche perché privati degli affetti dei loro nonni, dei loro parenti e dei loro amici. Nell’articolo Elena Testi racconta un percorso forte in cui l’angoscia dei giovani è espressa e spiegata anche dal punto di vista clinico da autorevoli psichiatri e dalla storia vera di alcuni loro giovani pazienti.

Il secondo distanziamento è economico. Si tratta del divario accentuato tra coloro che vivono in una situazione di benessere e coloro che già prima della pandemia o per effetto della pandemia stessa si trovano a vivere in una situazione di precarietà e di disagio. Per comprendere il distanziamento economico non bisogna pensare alle povertà a cui siamo abituati, ma dobbiamo pensare a tutte quelle persone che sono state messe in cassa integrazione, che hanno visto chiudere le proprie attività e che guardano al futuro con grande incertezza. In un’economia basata sul consumo e non sulla produzione e fortemente vulnerabile l’incertezza non può che alimentare il divario e la distanza tra ricchi e poveri, o meglio tra i ricchi e i nuovi e più numerosi poveri.

Il distanziamento generazionale e il distanziamento economico purtroppo non sono svincolati, ma sono tra loro fortemente legati. Coloro che vivono una maggiore fragilità economica pagano anche molto di più l’isolamento, la chiusura delle scuole, la didattica a distanza, la convivenza in pochi metri quadrati e la difficoltà ad avere accesso a dispositivi tecnologici. La fragilità economica colpisce una seconda volta il distanziamento generazionale e chi ne paga maggiormente gli effetti sono sempre i più deboli o meglio i più vulnerabili.

In questo scenario nasce spontanea la domanda su chi debba intervenire per bloccare e/o mitigare la crescita dei distanziamenti generazionale e economico: lo Stato. Quello Stato che pare non avere ancora compreso la gravità degli effetti collaterali del distanziamento sociale sulle nuove generazioni e che ancora oggi 4 aprile 2021 si appresta a chiudere e a tenere chiuse le scuole.

Le scuole non più come luoghi democratici e inclusivi per la crescita e l’apprendimento, ma meri contenitori e scatole che possono erroneamente essere sostituite da una telecamera accesa e da una piattaforma di condivisione per la didattica a distanza.

Mi domando: possiamo davvero ritenere che la didattica a distanza e la scuola siano assimilabili? Come mai ci ostiniamo a tenere chiuse le scuole anche dopo aver vaccinato tutti gli insegnanti e il personale scolastico?

La risposta a queste domande può essere ideologica, politica o economica. Mi limito alla parte economica lasciando aperte le domande per coloro che hanno maggiori competenze. Dal punto di vista economico nel 2021 dopo la pandemia l’Italia registrerà un rapporto debito pubblico / PIL stimato al 160% con un risparmio privato che supera nello stesso periodo il 200% del PIL.

Queste due percentuali conducono a pensare che ancora una volta l’onere di provvedere agli effetti collaterali del distanziamento sociale debbano ricadere sui cittadini e sulle famiglie: ma se questo è vero ancora una volta aumenteremo fatalmente (per la terza volta) il distanziamento economico e per effetto diretto il distanziamento generazionale.

Se questo è vero l’apertura delle scuole caro Presidente Mario Draghi e caro Ministro Patrizio Bianchi non è un’opzione che può essere discussa all’interno di un comitato tecnico: è un dovere da parte di uno Stato che non può più permettersi di trascurare il proprio futuro. Diversamente a chi lasceremo i miliardi di euro di investimenti che vi accingete a pianificare con i soldi che arriveranno a breve dall’Europa?

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