La Russia sull’orlo del baratro

Esattamente dopo una settimana dallo scoppio della guerra anche la Russia inizia ad incassare i primi colpi sotto il profilo economico e sociale: da giorni, infatti, i cittadini russi protestano nelle grandi città per manifestare il loro dissenso verso la guerra e per la situazione economica che continua a peggiorare a vista d’occhio.

È il 3 marzo 2022 e le agenzie di stampa mondiali hanno tutti i riflettori puntati sulla guerra russo-ucraina. 

In questi giorni non si è parlato di altro, d’altronde la crisi sta sconvolgendo il mondo e le ultime dichiarazioni sullo scenario apocalittico dovuto ad una possibile guerra nucleare sono al centro dei pensieri di tutti.

Ieri mattina, 2 marzo 2022, è caduta Kherson, prima ed unica “grande” città conquistata dall’esercito russo dopo giorni di assedio totale. Si teme che nelle prossime ore possano subire la stessa sorte anche le città di Kharkiv, Mariupol e soprattutto la capitale: Kiev, la quale, nelle ultime ore, ha visto numerosi tentativi di infiltrazione dei “Pretoriani” di Kadyrov, il dittatore ceceno, aventi lo scopo di uccidere Zelensky, il presidente ucraino.

Un bottino di guerra finora molto al di sotto delle aspettative, in quanto molti politologi e strateghi mondiali temevano che, nel giro di poche ore, l’Ucraina sarebbe stata annientata su tutti i fronti dalla Russia.

Probabilmente il primo ad essere deluso per le pessime prestazioni dell’Armata Rossa è proprio lui, Vladimir Putin, da giorni l’uomo più contestato al mondo. Il Presidente americano Biden da giorni nelle sue dichiarazioni afferma che “Putin è ormai un dittatore isolato e lasciato solo dal mondo”.

“Lo zar” credeva fin da subito di poter reinterpretare la figura di Stalin durante la Seconda Guerra Mondiale e quindi di veder accolti i suoi soldati come veri e propri liberatori da un occidente nazista. Ma così non è stato, anzi, ormai è costantemente accostato ad un altro personaggio storico: Adolf Hitler.

Esattamente dopo una settimana dallo scoppio della guerra anche la Russia inizia ad incassare i primi colpi sotto il profilo economico e sociale: da giorni, infatti, i cittadini russi protestano nelle grandi città per manifestare il loro dissenso verso la guerra e per la situazione economica che continua a peggiorare a vista d’occhio.

La Banca Centrale Russa ha da poco dichiarato il default tecnico sul debito sovrano, in quanto non pagherà cedole per un ammontare di 29 miliardi di dollari, la borsa di Mosca è ormai chiusa da tre giorni e il valore del rublo è crollato del 40% da novembre 2021.

Come sappiamo, tutto ciò è dovuto alle sanzioni occidentali imposte come reazione allo scoppio della guerra, tra le più importanti ricordiamo: il blocco di North Stream 2, raddoppio del gasdotto già esistente, l’esclusione di alcune banche dal sistema SWIFT, sistema di pagamento internazionale e il congelamento dei capitali appartenenti agli oligarchi russi, tra l’altro attuato anche dalla Svizzera, la quale, per la prima volta nella storia, ha messo da parte la sua neutralità che tanto la distingueva.

Sanzioni non indolori soprattutto per famiglie, imprese e banche europee che fin dal 2014, anno dell’annessione della Crimea alla Russia, hanno visto diminuire sempre più il commercio e le possibilità di business con lo stato sovietico.

In questo contesto bellico le misure di risposta alla crisi non hanno solo l’obiettivo di prosciugare i capitali russi e dunque interrompere la guerra ma hanno anche l’obiettivo indiretto (e forse più importante) di favorire un cambio di regime, o meglio, un cambio di vertice al Cremlino. 

Perché? Il sistema di potere russo si basa su un tacito accordo tra Putin e i Boiardi, meglio conosciuti come oligarchi, che hanno accumulato ingenti ricchezze a seguito della privatizzazione delle imprese dell’ex URSS. 

Congelando i loro beni e facendo fallire le loro imprese, gli Stati Uniti e l’UE stanno creando i presupposti affinché questi ritirino il proprio appoggio al Presidente e possano trovare un’alternativa a quest’ultimo. Magari proprio Naryskin, il capo dei servizi segreti umiliato da Putin in diretta televisiva.

Ovviamente la prospettiva di una “Missione Krushev”, ovvero di un colpo di stato, contro il Presidente è auspicabile per le sorti a breve termine del mondo, ma non è comunque priva di rischi.

Purtroppo al momento rimangono solo delle supposizioni in quanto nessuno, forse neanche l’intelligence, sa cosa accade al vertice del potere a Mosca, attualmente si sa solamente che esso è diviso: da una parte ci sono le “colombe” come Lavrov, Nariskyn e Peskov, contrari alla guerra o comunque sostenitori di un prolungamento dei negoziati con l’Occidente, in sostanza possiamo definirli quelli più pragmatici e ragionevoli.

Dall’altra invece i “falchi” del Ministero della Difesa come Shoigu e il Capo di stato Maggiore Gerasimov, i quali godono di un ottimo rapporto con Putin.

Nella speranza che la pace possa giungere nel minor tempo possibile, dobbiamo però ricordarci degli errori del passato.

In qualunque modo finisca la guerra, quando Vladimir Putin non sarà più al potere, non si dovrà ripetere con la Russia ciò che è avvenuto a Versailles (nel Trattato di Parigi, post Prima Guerra Mondiale) nei confronti della Germania, umiliata e emarginata dalle nazioni vincitrici, ma, al contrario, si dovrà far di tutto per reintegrarla al meglio nel sistema economico-politico mondiale.

Tutto questo con due obiettivi: da una parte per non mettere in ginocchio un popolo che, in larga parte, è succube del suo Presidente, dall’altra per evitare la nuova nascita di sentimenti di odio e astio verso l’occidente, che porterebbero all’ascesa di un nuovo dittatore, di un nuovo Vladimir Putin.

Emanuele Villa & Davide Riva

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